Google+ e l’anonimato: pro o contro?

Fin dalla nascita, Google+, il social network dell’omonimo motore di ricerca, si è distinto nella lotta ai profili anonimi o coperti da nomi fasulli. Desta un po’ di sorpresa, dunque, scoprire, come avrebbero fatto sul sito Slashdot, che nello stesso momento in cui il motore di ricerca combatte l’anonimato provvede anche a “brevettarlo”.

Le regole del servizio sono chiare e piuttosto severe nel disincentivare l’uso di false identità: “Google considera il collegamento tra persone sul Web come il collegamento tra le persone nel mondo reale. Per questo motivo, è importante utilizzare il proprio nome comune, in modo che le persone con cui si desidera entrare in contatto possano trovarci” è spiegato nella pagina sulle norme che regolano la creazione della propria identità digitale. Una politica che, recentemente, si è voluta estendere anche a YouTube.

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Desta un po’ di sorpresa, dunque, scoprire, come avrebbero fatto sul sito Slashdot, che nello stesso momento in cui il motore di ricerca combatte l’anonimato provvede anche a “brevettarlo”. Risulterebbe infatti, spulciando nell’Uspto, registro statunitense dei brevetti, che Google abbia inventato e “patentato” un sistema per la creazione e gestione di più alias all’interno dei social network, per proteggere l’utenza dal rischio di stalking o furto di identità.

Si chiama “Social computing personas for protecting identity in online social interactions” e, secondo quanto si legge nella sintetica descrizione del registro, “utilizza un account engine per ricevere informazioni per una pluralità di identità (personas) e per associare le informazioni delle diverse identità a un account”. Che significa, in sostanza? Apparentemente, che Google avrebbe trovato il modo di salvare capre e cavoli. Con il suo sistema brevettato, permetterebbe ai suoi iscritti di essere visibili all’esterno con uno o più pseudonimi, ma avrebbe modo di sapere che quegli pseudonimi si riferiscono a una persona con identità ben precisa. Ti registri come Andrea Rossi, ma alcuni contatti nelle tue cerchie sul social network potrebbero conoscerti come Ramses II, o qualunque altro nickname. Il condizionale, naturalmente, è d’obbligo, dal momento che la tecnologia, fresca di brevetto, non è ancora stata integrata su nessun servizio.

 

La battaglia contro l’anonimato online, che aveva anche sacrosanti fondamenti, costava però a Google la cancellazione di molti, forse troppi account. L’abitudine a nascondersi o, se si preferisce, a proteggersi dietro pseudonimi è profondamente radicata nelle abitudini degli utenti. Dura, dunque, cancellarla. E tuttavia, quando si sostiene una questione di principio, non fa una bellissima impressione trovare scorciatoie. Il motore di ricerca ha sempre sostenuto la necessità della trasparenza e della sincerità sul suo network, perché le relazioni virtuali si sovrapponessero a quelle reali. La soluzione proposta, invece, sembrerebbe dare garanzie di tipo legale a Google, e in parte anche all’utenza, ma riproporre il modello dell’anonimato nelle relazioni online, con l’ammissione implicita che mostrarsi in Rete comporta ancora qualche rischio.